Sono in un tunnel nero che mi porta alla salvezza. Da degli altoparlanti sopra la mia testa, sento delle voci che sussurrano parole in una lingua che non conosco e al mio fianco sinistro, scorgo una fila di persone, stampate sulla carta, che con me stanno per compiere questo viaggio. Stiamo andando alla Mecca. E’ l’ultimo mese dell’anno islamico, noto come Dhu’l Hijja.
Haji: journey to the heart of Islam. Il quinto pilastro nonché un dovere religioso che i Musulmani dovrebbero compiere almeno una volta nella loro vita. Il mio viaggio verso la Mecca non durerà 5 o 6 giorni, bensì 2 ore. Ma sono fortunata: sono davanti a quei 3 milioni di persone che ogni anno compiono questo misterioso pellegrinaggio (nel 1932 erano 20.000). Mi sono preparata, ho tutto ciò che mi occorre: ho estinto i miei debiti, ad esempio, ho i vestiti necessari alla visita quando sarò arrivata a destinazione, ho la mia bussola per trovare la direzione verso la Mecca sia per arrivarci, sia per pregare. E certamente, almeno per qualche ora, sono Musulmana.
Thomas Cook, che si occupava di organizzare il pellegrinaggio per i fedeli in partenza da Londra (XIX secolo), non traendo profitto dalla questione, ha chiuso quest’ala della sua agenzia di viaggio. E così mi sono dovuta organizzare da sola. Ci sono diverse vie per arrivare alla città di Maometto (o Ibrahim, l’Abramo biblico): c’è la via arabica, quella africana, quella ottomana e quella che attraversa l’oceano indiano. Sono la seconda donna “britannica” a compiere il viaggio, dopo Lady Evelyn Cobbold, del cui pellegrinaggio, scrisse una lettera al figlio dichiarandosi “Musulmana da sempre”. (1933). Accanto a me c’è una bambina che scrive il suo diario, usando parole meravigliose: ” (la Ka’ba) un oggetto strutturalmente semplice, eppure così maestoso e che incute timore.”
Al centro del santuario della Mecca si trova appunto la Ka’ba, l’edificio a forma di cubo costruito da Abramo e suo figlio Ismaele. Quando riuscirò a raggiungerla, allora potrò compiere il Tawaf, cioé camminarvi intorno in senso anti-orario per 7 volte. La Ka’ba è avvolto da tessuti, tendaggi donati ogni anno e quindi differenti per colore e decorazioni. Quel che noto (e che l’artista Ahmed Mater Al-Ziad ha espresso magnificamente) è la geometricità, il magnetismo di questa circumambulatio: un turbine di vesti bianche che avvolge senza posa la Ka’ba e il monte sul quale Maometto pronunciò il suo ultimo sermone, l’Arafat, letteralmente coperto di estatici. La geometria nel momento di preghiera, rivolte alla Mecca, e la geometria dei corpi che si spostano effettuando i 7 giri intorno alla Ka’ba in senso anti-orario. Il magnetismo che la Ka’ba compie verso i fedeli, attirandoli a se durante la loro rotazione.
Ma questo è solo uno dei rituali da compiere.
Tutto quello che vedono i miei occhi, è una marea di umanità, fedeli in lacrime per la devozione ed il rispetto, per la purificazione che questo viaggio sta compiendo in loro, in noi: è forse lo spettacolo più potente di attrazione fisica verso la fede, che il mondo ha da offrire. Questo mondo, così sconosciuto, apre per la prima volta le sue porte ai non fedeli a cui il pellegrinaggio non è permesso. E’ un modo per avvicinarci all’Islam ed al suo tanto temuto credo.
La mostra “Haji: journey to the heart of Islam” è dedicata dal British Museum e sarà esposta fino al 15 Aprile.
http://www.britishmuseum.org/whats_on/exhibitions/hajj/introduction.aspx





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