La mattina bussa alla nostra finestra attraversando le persiane verdi, le alte porte-finestre e le tende a strisce, gialle in lino. Così mi sveglio, qui, in questa casa che ci ospita, su di un’isola dalle montagne aride ed il mare color smeraldo.
Viola corre ad accertarsi che le presenze in casa siano sempre le stesse, ed inizia dalla stanza di mio fratello, che, per fortuna, è già sveglio da quando il sole è sorto. Mio padre è attivo con i caffé. Dopo la prima colazione, chi seduto, chi in piedi, chi correndo ed arrampicandosi su qualche albero oggetto di un’ultima passione verde, mio fratello e Viola mi accompagnano in città per una commissione di lavoro. E’ un secondo momento della giornata, forse terzo da quando sono sveglia. Ma solo perché è mattina e la mia mente non è ancora fresca. Sarà colpa dell’aria, oggi così calda e torrida. Più tardi, nel’arco della giornata, i pensieri si accavalleranno, correndo veloci, impazziti, accaniti e vogliosi d’ imporsi l’uno sull’altro. Le ore passeranno come fossero settimane. Mi chiedo se è così per tutti.
Guido sulla strada statale. Intorno a me, montagne verdi, marroni e grige, mi provocano un senso di angosciante smarrimento, di pensieri pesanti come la massa del paesaggio che atraverso e forse, tutto sommato, normali. Non mi piace l’imponenza delle montagne. I miei pensieri proseguono, ho voglia di conoscere la storia di questi luoghi, voglio sapere come hanno vissuto qui, su quest’isola, perché la loro lingua ha questi suoni, perché i suoi abitanti hanno gli occhi scuri e respingenti.
Guido finché non arrivo a destinazione. Faccio quello che devo e poi, insieme a mio fratello e little Miss Sunshine, decidiamo di girare un po’ la città. Ho bisogno di un caffé da quando ho parcheggiato la macchina. Per la verità da quando le ho gonfiato le gomme, a terra. Arriva il caffé ed anche la passeggiata per queste strade che sembran abbandonate dai tempi della guerra. C’è molto fascino in questa decadenza di case in fila, aggrappate l’una all’altra, sorelle dalla nascita, con pareti scrostate, una volta dipinte con colori vivaci ravvivati solo dai raggi di sole e da qualche turista col naso all’in su. Passeggiamo. E poi guido. Tra fenicotteri, tra le solite montagne. La mente è più fresca ma gli occhi si chiudono. Viola, si è messa gli occhiali da sole e si intrattiene con quel che trova. Mio fratello ha chiuso gli occhi. Io invece vorrei dei cinesini che me li tenessero aperti. Ma è davanti al mare che la mia mente inizia la sua corsa impazzita.
Prendo il sole mentre guardo Viola avvolta dalle alghe. Penso che mia figlia sia un’occasione per tutti per migliorarsi. Forse questo sono i bambini. Un’occasione per lasciar spazio al meglio che abbiamo. La visione di mio padre che passeggia con lei, e lei che cerca la sua mano, in cerca di una guida, e felice di averla trovata in lui. Il bagno in mare, abbracciati, i castelli di sabbia. Siamo tutti intorno a lei, in una nuvola d’amore che ci tiene uniti e migliori, più pazienti, fedeli alla sua dimensione temporale, alla sua inesperienza, alle sue aspettative, alle sue sorprese. Allora l’ulivo che tanto vuole in casa a Londra, è qua, in giardino, e sua nonna l’ha tutto decorato con fogli bianchi pendenti dai suoi rami. E Viola si sente artista e vive su quell’albero.
A volte la nostra mente vaga e finisce proprio là, nei nostri pensieri più contorti e più intimi, nei sentimenti infantili riemersi con la stessa intensità con cui sono nati. E mentre siamo lì, soli al mondo, in un angolo buio che ci crogioliamo e ci angosciamo, avanti e indietro con inutili ragionamenti che calpestano la nostra coscienza, ci chiediamo in uno sprazzo di lucidità, se qualcuno ci sta vedendo, se qualcuno ci sta osservando, se sta facendo con noi quei passi a ritroso su e giù per questi viali infiniti di ragionamenti e dolore di passato ancora presente. Ed in quel momento non siamo più soli. Siamo soli in mezzo agli altri. Che forse si chiederanno dove siamo stati nei nostri percorsi non tracciabili.


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