Sono malata. D’ambizione.

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A Maggio dell’anno scorso una mia amica mi ha invitata a cena da lei con altri due amici cari, quelli delle risate, ma anche delle riflessioni importanti. Amici. Ero incinta di Orlando.

In mezzo alla cena, così, d’improvviso, la mia amica mi fa una proposta di lavoro che mai mi sarei aspettata: aiutarla a creare la nuova linea bambino per IL marchio. Pensate a un marchio? Quello più famoso di tutti? Leggete la mia biografia qui a fianco? Ecco, quello.

Mi sembra incredibile e meraviglioso allo stesso tempo, ma io intanto c’ho una panza che a stento respiro. Penso: “Ci fa o ci è?”.

I mesi passano ed io cerco di tenermi ancorata a questa possibilità, programmando la mia vita futura in modo improbabile con considerazioni del tipo: “Lo sforno e dopo 2 mesi attacco a lavorare” o ancora “Suo padre chiederà la paternità” e  “I nonni chiederanno la nonnità” . Inizio un’opera di auto convincimento perché penso che niente sia meglio del raggiungimento delle proprie ambizioni profesionali, lavorando 15 ore al giorno. Proprio come ai vecchi tempi, prima che nascesse Viola. Ahh, sì, questa sì che è vita. E ne sono convinta. Guai a confutare le mie teorie.

Certo, qui a Londra funzionerebbe esattamente così, partorisci e dopo poche settimane torni a lavorare; ma non da noi in Italia. Ma se lo fanno le altre mamme, perché non posso farlo io?

Quindi mantengo contatti per tutto Maggio, Giugno, Luglio, Agosto. Il 25 di Agosto, 40° a Firenze, suddetta donna incinta si presenta ai cancelli dell’azienda che intanto mi aveva programmato un colloquio formale. “Si inizia bene…” penso. La mia pancia destava attenzione ed osservazioni come “Gemelli?”. Ero rimasta incredibilmente magra, ma una leggera sporgenza sui 24 kg si era impossessata di me.

A Settembre nasce Orlando e lo studio legale dell’azienda stabilisce un minimo di 3 mesi di riposo necessari affinché io possa iniziare il mio lavoro in stato di salute psico-fisica ottimale. “Ma quando mai dopo un parto lo stato di salute psico-fisica di una donna torna ad essere ottimale?” avrei voluto dirgli. Ma voglio il lavoro, me li tengo buoni da Maggio, e quindi firmo la lettera d’impegno vedendo il mio traguardo sempre più vicino.

Poi succede l’imprevedibile. La vita mi dà la morte e Orlando se ne va. Non mi dilungo su banali commenti e riflessioni. Dopo 15 giorni dal funerale vado al secondo colloquio, certa che mi avrebbe fatto bene. Riesco, nonostante tutto, ad essere convincente e vengo presa.

Inizio a Gennaio. Bene. Così avrò 3 mesi per digerire questo dolore. Poi tutto sarà come prima. Ingenua e cocciuta, vado avanti come un treno e Gennaio arriva. Sono felice, anche se mi sembra di essere entrata nel film Il Diavolo veste Prada: non faccio in tempo ad andare in bagno che i files su cui lavoro per ore, spariscono improvvisamente.

Il primo mese lavoro letteralmente giorno e notte, sabati e domeniche, febbre o non febbre. Quando però il termometro segna 39°, non mi presento. “Bella figura”, penso “appena assunta, subito malata”. Queste febbri mi sono continuate per mesi.

Quindi Firenze Milano, Milano Firenze. Poi un giorno Roma. A fare casting. A bambini di 3 anni.

No, no e ancora no. Così non ce la posso fare.

Sono cosciente di aver già contribuito abbastanza efficacemente al male nel mondo, in primis bevendo acqua nelle bottiglie di plastica ed in ultimis lavorando per la moda. Adesso poi lavoro per la moda dei bambini facendo t-sirt da €90 l’una. Ma i casting no, non si può, è proprio l’inferno.

E invece, casting: ai cancelli dell’azienda si formano code lunghe km, orge di genitori in fila con zii e nonni, pranzi al sacco e quasi tende per accamparsi. Dalla portineria è tutto un chiamarmi. C’è gente che si presenta “per sentito dire”. Ma come per sentito dire, ma voi siete pazzi.

C’è mezza Italia, penso. Come farò?

Alè, iniziamo. Macchina fotografica, block notes.

Avanti il primo.

Due foto, nome e cognome, altezza, hai già sfilato prima…”Sì” mi rispondono. Siiiiiii???? Ma come, hai 3 anni . E invece si, signori e signore, qui si apre un mondo. Qua si tratta di professionisti. “Ho sfilato per x e y e poi alfa e beta”.

Via, avanti la seconda. Ecco, qui invece i genitori si accaniscono perché la bambina, evidentemente intimidita dalla situazione, non ne vuole sapere. “Guarda che se non sfili sei cattiva” gli dicono. E no. Così no. E allora volete proprio che io intervenga. “Come ti chiami?”, “Maria” , “Bene Maria. Tu sei brava e anche buona. Con o senza le sfilate. Con o senza il vestitino e la borsetta di IL marchio. Anzi, sai cosa? Ti faccio un regalo: vai a casa”.

La settimana dopo ero a Milano ad organizzare la sfilata. Avevo i miei “uomini” modelli e le mie “donne” modelle. Siccome mio padre e sua moglie vivono lì vicino, passo il week end da loro. Arriva anche mio fratello da Barcellona. E questa riunione familiare, dove le persone che ho intorno mi amano e mi conoscono, mi ha fatto scattare una molla. Potentissima.

“Pronto? Ciao, si si sto bene grazie. MI LICENZIO. DA SUBITO”.

 

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