Un viaggio nella carne

Written in

by


La mostra di Lucian Freud, alla National Portrait Gallery di Londra, non è particolarmente ben strutturata. Sponsorizzata dalla Merril Lynch, ha un numero di visitatori esorbitante il cui ingresso non viene suddiviso in fasce orarie abbastanza ampie da permettere una visita scorrevole (e piacevole). Turisti di tutta Europa per lo più, si combattono tra loro per guadagnarsi qualche centimetro di spazio per la perfetta prospettiva.

Il libretto-guida donato dalla Galleria, è uno strumento utile ma la sequenza dei quadri non rispetta quella della mostra. Si finisce quindi con un affannato sfogliare per cercare l’opera e la sua descrizione.
La spiegazione dei quadri riporta unicamente fattori estetici e qualche accenno ai vari periodi artistici della vita dell’autore. Nessun accenno alla psicologia di Lucian Freud e dei suoi quadri. E ce ne sarebbe bisogno vista la potenza che questi esprimono nel susseguirsi di corpi brutalmente nudi. Nessun sentimentalismo, solo immagini, vere, in cui l’estetica non viene celebrata in alcun modo.

La BBC poco tempo fa aveva mandato in onda un bellissimo documentario sulla sua vita e opere. Il viaggio nella sua psiche era travolgente e lasciava ben intendere quello che il suo inconscio poi gli dettava nella pittura. Carne ammassata, corpi nudi di donne, di uomini, a volte dipinti insieme anche ad insaputa degli stessi modelli: eppure senza provocare fastidio ne voglia di maggior pudore, anche quando l’attenzione è volutamente spostata sugli organi genitali. Sono tratti di pennelli, forti e bruschi, che rendono i soggetti spogli di ogni cosa ad eccezione della loro personalità.

Avrebbe dovuto essere una mostra celebrativa dell’artista: contemporaneo, britannico, nonché nipote del fondatore della psicoanalisi Sigmund. La sua morte, l’estate scorsa, ha fatto dell’evento una commemorazione. Il pittore aveva collaborato con la galleria affinché la mostra potesse aver luogo ed insieme erano riusciti a recuperare i suoi quadri dai vari musei e soprattutto collezioni private. Tutti ritratti, 130 per l’esattezza, che segnano una carriera durata 70 anni. L’ultimo, che vede il suo collaboratore David Dawson, è una frase a metà, lasciata incompleta, un capolavoro non finito. Perché Lucian muore.

I modelli sono sempre amici, familiari, amanti, persone che fanno parte della sua vita. A parte qualche eccezione, come il ritratto di Elisabetta, Regina d’Inghilterra. I quadri che vedono ritratta la madre, segnano un continuo crescere e mutare dell’artista, un’introspezione visibile agli occhi di tutti. Due grandi influenze per Lucian Freud sono state Francis Bacon e l’artista Leigh Bowery che ritrae anche quando si scopre malato di AIDS. C’è poi una sala dedicata a “Big Sue”, una donna oltremodo formosa che attrae l’artista e lo invoglia e ritrarne le sue curve con gli stessi tratti forti che utilizza per il quadro della neonata figlia Belle, rimasto ignoto a molti per diverso tempo: come potevano non capire che quelle pennellate erano Freudiane?

9 febbraio – 27 maggio 2012
National Portrait Gallery, Londra

Image

 

Leave a comment