La storia dietro questa foto è in parte anche olandese. John Lennon e Yoko Ono si trovavano all’Hilton Hotel di Amsterdam, stanza 902. A volte per ricordarmi cosa è successo nelle ultime settimane, devo riguardare la mia galleria fotografica. Ma in tempo di guerra, non servono foto, non le mie. E non serve ricordare quel che è successo ieri perché non è diverso da quel che è successo oggi e da quel che accadrà domani. Secondo alcuni storici ci troviamo in uno stato di guerra perenne: un conflitto protratto, continuo e costante. Se pensiamo al conflitto come un fenomeno latente, allora sì, credo davvero che possiamo adottare questa lente per interpretare i nostri tempi.
Certo è che i rancori non solo sono emersi all’interno di un gruppo sociale, ma si sono manifestati all’”altro”. Il concetto di “altro” è molto interessante nei conflitti e possiamo anche considerarlo nelle nostre relazioni: ci siamo noi, e poi c’e’ l’ “altro”: l’amic*, la moglie/il marito, il/la colleg*, la sorella/il fratello. Questo “altro” è colui che è diverso da noi, e ci conduce ad una comprensione binaria della realtà. L’ “altro” diventa nemico quando i confini che delimitano e caratterizzano la sua identità, che non è altro che un insieme di credenze e valori, minaccia la nostra. Pensate in termini personali per capire dove sto andando con questo discorso. Pensate nella vostra mente ad un “altro” e tenetelo presente durante tutta la lettura.
Il conflitto scaturisce quando i confini che delimitano l’identità (l’insieme di credenze e valori) sono in grave pericolo, reale o percepito che sia non ha importanza. I confini sono costruiti, decisi, scelti e selezionati. Io scelgo qual’è quell’insieme di valori e caratteristiche che determinano la mia identità e creo dei confini che la delimitano e che non possono essere varcati. Questi confini sono delle storie che ci raccontiamo.
Ma come ho costruito e scelto questi confini, queste storie che mi sono raccontata per definire chi sono? E qual’e’ la mia relazione con ciò che sta al di fuori di questi confini? E con le persone (l’ “altro”) che non si riconoscono nei valori che determinano la mia identità? La storia che mi racconto, i confini che creo per proteggere la mia identità, diventa cruciale per distinguermi dagli altri. Tutto cio’ che non corrisponde con la mia storia, tutto ciò che è diverso dal mio insieme di valori, diventa “altro”, e potenzialmente nemico. Il potere quindi consiste nella capacità di far abitare gli altri nella mia storia, di fargli credere che questi confini sono giusti e reali, di far diventare la mia storia, l’unica possibilità, la verità.
Ma se la mia storia, i confini che mi sono inventata per crearmi la mia identità, per definirmi, sono inventati, così lo sono anche quelli degli “altri”. Quindi gli “altri” diventano nemici in base a storie che ci raccontiamo. Perchè abbiamo bisogno di distinguerci. Eppure abbiamo anche bisogno di appartenere ed è per questo che raccontiamo la nostra storia: per far sì che altri ci credano, entrino nella nostra storia, ci si identifichino e si formi quindi un’identità collettiva. Chi non rispetta la nostra identità collettiva è un nemico.
Ci sono varie spiegazioni al perché un conflitto emerge, spiegazioni mono-causali (è l’individuo che ha arbitrio) o multi-causali (ci sono vari modelli e teorie come quella della deprivazione relativa) e infine ci sono spiegazioni strutturali: la famosa egemonia culturale di Gramsci. La violenza contro le donne è un esempio di violenza strutturale poiché influenzata da una serie di fattori sistemici (stereotipi di genere, cultura del machismo, limitato accesso delle donne al lavoro, sistema giudiziario, la mancanza di un’educazione sulla parità di genere e sulla violenza domestica nelle scuole) che contribuiscono alla sua persistenza e alla sua accettazione.
Le teorie strutturali del conflitto individuano le cause del conflitto nell’organizzazione della società. Al contrario, le teorie basate sull’arbitrio individuano le cause del conflitto a livello dell’azione individuale o collettiva.
Ma la spiegazione che trovo in assoluto più idonea è proprio quella delle “storie” che ci raccontiamo. Foucault lo chiamava “discourse”. Se la mia storia che definisce chi sono convince la mia cerchia, il mio gruppo (quelli come me) che esiste un’incompatibilità di obiettivi / identità con altri che ci minaccia, la mia storia potrebbe divenire dominante e potrebbe essere un valido motivo per spingere me ed i miei simili, ad entrare in guerra.
Adesso pensate ad uno Stato e alle “storie”, i confini che (si inventa e) racconta per identificarsi e proteggersi.
Pensate ad un “altro” (Stato) ed alle sue “storie”, ai suoi confini, che gli servono per identificarsi.
Quando le due storie sono incompatibili o vengono minacciate, ecco il conflitto che puo’ emergere.

John Lennon and Yoko Ono at their Amsterdam Bed-In, 25 March 1969. Photo by Eric Koch, Netherland’s Nationaal Archief (National Archive).


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