Scrivere

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Da quando ho lasciato Londra e mi sono trasferita a Dubai, scrivere non è più stato al centro della mia vita. Per riprendere questa sana abitudine, benché sia una passione, ho bisogno di tempo. Scrivere vuol dire lasciare andare, aprirsi, accettare di essere vulnerabili ed accettare di mostrare questa vulnerabilità, condividerla. E non sempre se ne ha voglia. Ma scrivere spesso è anche uno strumento, per osservarsi, per rileggersi quando non c’e tempo per riflettere sulla propria vita. Scrivere è terapeutico poiché scrivendo si crea uno spazio che sta tra lo scrittore e la realtà, un cuscinetto, un filtro a cui affidiamo quei pensieri, ricordi, sogni, memorie o speranze che nella vita sono troppo, e con le parole cerchiamo di dargli un’altra forma.

Il 7 novembre 2015, Little Miss Sunshine che allora aveva 7 anni, l’Uomo dei Numeri (42) ed io (38), ci siamo trasferiti a Dubai. Questa era la nostra seconda trasferta e come quella precedente (Londra), l’avevamo chiesta noi. Non posso dire che fossi felice di andare a vivere in Medio Oriente, ma avevo bisogno di distrarmi, di muovermi, di rimescolare le carte. Un misto di curiosità e malessere latente. Il 7 novembre 2016 ho iniziato a lavorare per le Nazioni Unite come loro Editor in Chief. Un lavoro meraviglioso, ma a termine, durato un anno. E poi? E poi il vuoto. Cosmico. Dentro. Il malessere latente ha trovato spazio e tempo per manifestarsi. Le due dimensioni spaziale e temporale che a stento troviamo in Europa (non c’e’ spazio e non c’e’ tempo), nel deserto sono dilatate ed amplificate in modo impressionante. Il mio passato aveva finalmente trovato casa, si era accampato nel deserto e dentro di me, e pretendeva attenzioni. Occupava tutto lo spazio possibile, prendendo gran parte del mio tempo. Più lo ignoravo e più lui diventava rumoroso, esigente, severo. Nessun caffè, bar o museo in soccorso a ricordarmi chi ero e a riempire un attimo di tristezza. Un vuoto insopportabile e senza vita, un peso morto, puntuale nel mostrarmi ed esprimermi tutto il suo disagio, la sua natura disturbata e disturbante. Un vuoto ineluttabile, e con cui fare i conti, in una dimensione spaziale e temporale dilatata, che lo rendeva ancora più universale, e lo autorizzava e legittimava ad essere e divenire qualcosa o qualcuno dentro di me. Quel malessere aveva molti nomi, non da ultimo Orlando. Pagavo lo scotto di non essermi permessa il lutto. In realtà non sapevo come dovevo fare, allora non c’era un manuale “Lutto: istruzioni per l’uso” (sono certa che oggi esiste), e la società (ed alcune famiglie) non ti permette di essere triste. Non c’e’ spazio, non c’e’ tempo, e soprattutto se sei triste non sei ok. Io invece a Londra ero triste, tristissima ma riuscivo a non soccombere con tutte le cose che la citta’ mi offriva, i mille lavori i viaggi, le opportunità. E stavo al passo con le pressioni sociali. Ma nel deserto c’era il vuoto. E c’ero io, nuda e cruda. Non ho scritto, non ho lavorato, non ho mangiato, non ho dormito. Per due anni sono stata un catorcio. Ma per due anni ho voluto guardare tutti i giorni il mio dolore. Finché non è rimasto più niente. E siamo ripartiti. Era Dicembre del 2019.

Siamo arrivati in Olanda a Gennaio 2020. A Febbraio è esplosa la pandemia. Mi trovavo in un paese nuovo, senza conoscere la sua lingua, senza contatti, senza lavoro, e tutto da riniziare da capo: nuova casa, nuova scuola, nuove abitudini, nuovi amici. E necessariamente nuove parti di me che non conoscevo e vecchie parti di me che dovevano abituarsi ad un nuovo abito. Tra incertezza ed entusiasmo, provavo tanta solitudine come sempre all’inizio, e tanta paura. Scrivere mi avrebbe aiutata. Ma intanto cercavo lavoro, ma sapendo che non lo avrei trovato, ho iniziato a studiare. E allora sì che ho scritto, fiumi di parole, ma per lo più saggi per l’Università.

Oggi sono 3 anni che viviamo in Olanda, nel frattempo ho trovato lavoro, mi sono laureata e adesso mi sono persino iscritta ad un Master. Penso di aver voluto riniziare a scrivere quando ho capito che dovevo riprendere a sentirmi, ad occuparmi di me, dei miei pensieri e di un po’ di dolore rimasto da qualche parte. Non credo che il male sia dinamico, penso invece che sia piuttosto statico, e che risolto un problema, necessariamente se ne presenti un altro, non foss’altro perché dentro di noi si e’ liberato un posto, un po’ di spazio. Ecco, scrivere forse mi aiuta ad occupare quel sedile vuoto, e non lasciarlo al dolore. Scrivere significa anche tenersi compagnia, oppure tenersi per mano e raccontarsi. Scrivere vuol dire dedicarsi del tempo. Scrivere vuol dire ascoltarsi. Scrivere vuol dire perdersi nei meandri della propria mente e della propria anima e creare uno spazio dove possano convivere. Scrivere è sempre e solo un tentativo.

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3 responses to “Scrivere”

  1. maria novella loni

    Grazie Alle per la condivisione

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  2. Ginevra

    Continua a scrivere Alle. Un abbraccione

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    1. erminiapini

      Grazie per essere tornata a farmi compagnia! Nove anni fa mi sono trasferita a Londra dall’Italia per fare la nonna; a volte mi assaliva la nostalgia dell’Italia, ho scoperto i tuoi racconti…..mi hai tenuto tanta compagnia!…..Poi sei scomparsa, sapevo che ti trasferivi a Dubai……ti ho persa, mi sei mancata tanto, ti ho pensata molto, ormai mi ero
      quasi rassegnata ad averti persa definitivamente…….Poi , un giorno all’improvviso ti ritrovo fra le mail, inizialmente ho pensato ad uno strano scherzo della mia.mente (nel frattempo sono invecchiata di 10 anni), apro la mail con il batticuore…….eri tu…..sei tornata…non potevo crederci…oltretutto sei capitata in un momento un po’ triste della mia vita, non potevo sperare di meglio!
      Hai ripreso piano piano, ma poi hai ritrovato in fretta il tuo ritmo…..non aspettavo altro!
      Grazie per il bene che mi doni.
      Buona vita
      Erminia

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